Giorno per giorno – 30 Luglio 2017

Carissimi,
“Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra” (Mt 13, 44-46). “Pieno di gioia”, “vende tutti i suoi averi”, “compra quel campo”, dove ha trovato un tesoro nascosto. Il tesoro è la proposta del Regno, la vita di Gesù in noi, secondo la parola dell’Apostolo: “per me vivere è Cristo” (Fil 1, 21), la vita come servizio e dono, in pura perdita (o incomparabile guadagno), fino alle estreme conseguenze. Parola difficile, impossibile, si direbbe, ma alla quale non possiamo lasciare di tendere. Stamattina ci chiedevamo se la nostra vita di fede, con la vocazione a cui rimanda, esprima davvero, ogni giorno, questa attitudine, che ci fa capaci di rinunciare ad ogni altra cosa, per investire la nostra storia, giocare la nostra vita, sulla proposta di senso che ci è prospettata da Dio. Ciò che è detto del tesoro, vale per la perla, e, forse anche per la parabola della rete, di cui l’apocrifo Vangelo di Tommaso, se potessimo accettare che ci riporti il racconto originale, dice che “il pescatore saggio gettò la sua rete in mare e dal mare la ritirò carica di pesci piccoli. In mezzo a quelli scorse un bel pesce grosso; allora gettò via, in mare, tutti i pesci piccoli e scelse senza sforzo il pesce grande” (Vangelo di Tommaso 8). Senza fare, perciò, di una parabola del Regno, una parabola del giudizio finale. Come che sia, la sfida è tutta qui. Se non la si accoglie e vive con gioia, è meglio lasciar perdere. Restare con i nostri pochi o molti averi, le nostre perle di scarso valore, i nostri pesciolini. Lui alla fine ci perdonerà, ma quanto avremo perso nel frattempo!

I testi che la liturgia di questa XVII Domenica del Tempo Comune sono tratti da:
1° Libro dei re, cap.3, 5.7-12; Salmo 119, 57.72.76-77.127-130; Lettera ai Romani, cap.8, 28-30; Vangelo di Matteo, cap.13, 44-52.

La preghiera della Domenica è in comunione con tutte le Comunità e Chiese cristiane.

Oggi il nostro calendario ecumenico ci porta la memoria di William Penn, uomo di pace e di dialogo. Il martirologio latinoamericano ricorda anche i Venti Martiri Pentecostali in Perù, vittime dell’odio anti-cristiano e dell’intolleranza religiosa.

Nato il 14 ottobre 1644, a Londra, da Margareth e dall’ammiraglio della Corona, di cui ereditò il nome, il giovane William, quando conobbe la Società degli Amici attraverso la predicazione di Thomas Loe, cominciò a frequentarla, finendo poi per aderire ad essa con convinzione ed entusiasmo. La Società era stata fondata nel 1647 dal predicatore inglese George Fox, e si caratterizzava per l’enfasi posta sull’assenza di gerarchia e di templi, sull’autorità della coscienza in materia di costumi, sul riconoscimento dei carismi e sullo stile di vita semplice ed essenziale dei suoi membri, sull’importanza data al silenzio durante il culto, e sulla valorizzazione del dialogo e dei mezzi pacifici per risolvere le controversie. Tutto questo doveva ovviamente apparire piuttosto rivoluzionario e destabilizzante agli occhi dei poteri forti dell’epoca, sia civili che religiosi. Sicché William (che nel frattempo si era sposato con Gulielma Springett) dovette presto conoscere le patrie galere, assieme ad altre migliaia di suoi compagni di fede. In seguito, tuttavia, il 4 marzo 1681, essi ottenero da re Carlo II l’autorizzazione ad insediarsi nei domini oltremare della corona britannica, nel territorio dell’attuale Pennsylvania, dove giunsero l’8 novembre 1682. Qui fondarono Filadelfia (città dell’amore fraterno) e, coerentemente con la loro fede religiosa e filosofia di vita, inaugurarono, sotto la guida di Penn, quello che fu chiamato il Santo Esperimento. Una società senza esercito, dove donne e uomini godevano di uguali diritti, la libertà religiosa era effettivamente garantita, le relazioni tra coloni e tribù indiane e presto i numerosi immigrati che giunsero da ogni dove, erano basate sul rispetto reciproco, sul dialogo e sulla convivenza pacifica. Il coraggioso profeta quacchero, che aveva posto la sua vita, la sua intelligenza, la sua penna e la sua attività al servizio dell’evangelo della pace e della tolleranza, morì il 30 luglio 1718.

Il 30 luglio 1984, a Santa Rosa, dipartimento di Ayacucho, circa duecento fratelli evangelici pentecostali erano riuniti in preghiera, quando un commando di quindici elementi di Sendero Luminoso entrò nella chiesa, bloccò tutte le uscite e cominciò a sparare all’impazzata sulla gente, compresi vecchi e bambini. Venti restarono morti a terra. Altri quarantacinque furono feriti. Compiuto il massacro i guerriglieri minarono e incendiarono la chiesa.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, e, prendendo spunto dalla memoria di William Penn, vi offriamo in lettura un brano di Pier Cesare Bori, esponente italiano della Società degli Amici, scomparso nel 2012, tratto dala sua “Storia dei quaccheri”, che troviamo in rete e che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Il primo articolo di fede dei quaccheri recita che “la vera religione consiste nell’incontro personale con Dio più che nel rito e nelle cerimonie”. Il centro della dottrina quacchera è la “luce interiore” (inner light) che da Gesù Cristo attraverso lo Spirito Santo raggiunge direttamente ogni uomo in ogni tempo. Secondo Barclay, per ogni persona c’è un dies visitationis in cui è “visitato” da Dio e si accorge di avere in sé la “luce interiore”. Da quel momento la “luce” guida i passi di ciascuno, spingendolo al bene. La Scrittura non è inutile, ma è sottoposta alla “luce interiore”, dalla cui fonte è oggettivamente scaturita e grazie alla quale ogni uomo è soggettivamente in grado di farne applicazione a se stesso. Non è la Scrittura il criterio di controllo dei suggerimenti della “luce interiore”, ma è invece la “luce interiore” che è il criterio di interpretazione della Scrittura. Trasformato dallo “Spirito interiore”, il quacchero ha formato Cristo in se stesso, ma deve essere fedele a questa “nuova nascita” attraverso un comportamento coerente, le buone opere, l’impegno per la giustizia e per la pace. I quaccheri riconoscono un “battesimo interiore dello Spirito” e un’eucaristia “interiore” come partecipazione intima dell’uomo al Corpo Celeste di Cristo: entrambi non richiedono segni esteriori, e anzi questi sono considerati sostanzialmente inutili. Originariamente, i quaccheri rifiutavano anche qualunque forma di magistero e di ministero professionale. Oggi numerosi gruppi adottano il “culto programmato” guidato da un ministro (spesso non a tempo pieno), con un uso maggiore della Bibbia. Il quacchero crede tuttavia fermamente che “lo Spirito soffia dove vuole”, e che la sua vita spirituale è guidata dalla “luce interiore”, non da un’autorità esteriore o da un pastore. (Pier Giorgio Bori, La storia dei quaccheri).

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 30 Luglio 2017ultima modifica: 2017-07-30T22:43:52+00:00da fraternidade
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