Giorno per giorno – 23 Luglio 2017

Carissimi,
“Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano” (Mt 13, 27-29). Stamattina, durante l’Eucaristia in monastero, ci dicevamo che ci sono altri passi del Vangelo che richiamano l’insegnamento di questa parabola. Per esempio, quando Giacomo e Giovanni, scontratisi con l’ostilità dei samaritani, chiedono a Gesù: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9, 54). Ma, annota l’evangelista: “Gesù si voltò e li rimproverò”. O quando, al momento dell’arresto di Gesù, “coloro che erano con lui dissero: Signore, dobbiamo colpire con la spada? E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: Lasciate, basta così! E toccandogli l’orecchio, lo guarì” (Lc 22, 49-51). E, più in generale, la parola che risuona nel discorso della montagna: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5, 44-45), o quella nel dialogo con Nicodemo: “ Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3, 17). La parabola del grano e della zizzania, come anche le altre due parabole che abbiamo ascoltato oggi, quella del granello di senape e del lievito, hanno come tema la pazienza di Dio davanti agli ostacoli che si frappongono all’instaurazione del regno di Dio o alla lentezza con cui esso viene attuandosi nella storia. Nel caso della prima, è detto anche dello zelo impaziente dei discepoli di farla presto finita con chi è percepito come avversario. Che poi è ciò che spesso ha caratterizzato e caratterizza la vita della chiesa e di noi suoi fedeli. Così sovente abituati a cogliere la presenza del male (negli altri, meno facilmente in noi stessi) e nel pretendere di fare prontamente giustizia, incuranti del fatto che questo trasforma noi nella zizzania che si oppone a quel Regno che consiste nel dispiegarsi della misericordia di Dio. Al quale non resterebbe che mettersi, metaforicamente, le mani nei capelli, per la disperazione, ma preferisce, invece, ogni volta, dare spazio alla sua compassione e alla sua grazia, che è, come dice la parola, la gratuità del suo costante donarsi, oltre ogni possibile merito e demerito, nella speranza che si impari finalmente anche noi da lui. Sapendo che tutto finirà bene. Il male, poi, che sarà servito a manifestare l’eccedenza del suo amore, che ha la meglio su tutto, nella forma del perdono: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”, sarà finalmente distrutto dalla fiamma inestinguibile del suo amore.

I testi che la liturgia di questa XVI Domenica del Tempo Comune propone alla nostra riflessione sono tratti da:
Libro della Sapienza, cap.12,13.16-19; Salmo 86; Lettera ai Romani, cap.8, 26-27; Vangelo di Matteo, cap.13, 24-43.

La preghiera della Domenica è in comunione con tutte le comunità e chiese cristiane.

Oggi il calendario ci porta le memorie di Giovanni Cassiano, monaco, e di Antonio delle Grotte di Kiev, fondatore del monachesimo russo.

Di Giovanni Cassiano non si sa bene dove sia nato. Qualcuno suggerisce Dobrugia, nell’attuale Romania, verso il 360. Da famiglia altolocata, che potè garantirgli un’istruzione di tutto rispetto. Senza che questo lo legasse più di tanto. Che anzi, ventenne, partì con un amico, Germano, per il Medio Oriente. Entrambi cercavano di saperne di più, sulla vita dei monaci che avevano preso a popolare quella regione, optando per una radicale contestazione della logica e dei valori mondani. Dei quasi vent’anni che trascorse nel deserto sono frutto le Conferenze Spirituali e le Istituzioni Cenobitiche, due opere che completerà più tardi e che alimenteranno la spiritualità di molte generazioni di monaci. Verso il 400 Cassiano si recò a Costantinopoli, dove divenne presto amico e collaboratore del santo patriarca di quella che era la capitale dell’Impero romano d’Oriente, Giovanni Crisostomo. Dopo che, nel 404, questi cadde in disgrazia presso l’imperatrice Eudosia e fu mandato in esilio, troveremo Giovanni Cassiano a Roma, per alcuni anni e, successivamente, in Gallia, dove nel 415 fondò, a Marsiglia, il monastero di San Vittore, alla cui guida resterà fino alla morte avvenuta nel 435.

Antip era nato nel 983 a Lubec, nei pressi di Tchernigov. Recatosi in pellegrinaggio al Monte Athos, rimase affascinato dalla vita che i monaci vi conducevano e scelse di entrare nel monastero di Esphigmenon, assumendo il nome di Antonio. Qualche anno più tardi, il suo igumeno, Teotisto, lo convinse a ritornare in patria, per piantarvi il fermento della vita monastica. Tornato dunque a Kiev, Antonio si stabilì in una grotta sul monte Berestov, sulle rive del Dnjepr, nei pressi della città, presto seguito da altri giovani della zona, tra cui Nicon, che era già sacerdote, Teodoro e Barlaam. Quando i suoi seguaci giunsero a dodici, Antonio, designò come loro igumeno Barlaam e, successivamente, Teodosio, e si ritirò a vivere in solitudine in un luogo più appartato. Nel frattempo, ricevuto in dono dal principe Isiaslav la proprietà delle terre intorno alle grotte, i monaci cominciarono a costruirvi la Pecerskaja Lavra, il Monastero delle Grotte. L’igumeno Teodosio, convinto che il monastero non potesse vivere solo in funzione di se stesso, lo dotò di un ospedale, per accogliervi i malati della regione, una foresteria per i pellegrini e una mensa, dove potessero saziarsi coloro che avevano fame. Lui stesso poi, guidò i suoi monaci più con l’esempio che con le parole, continuando a prestare il suo servizio in cucina e nei campi, così come nella cura dei malati. Antonio morì novantenne il 10 luglio 1073 (data del calendario giuliano, corrispondente al 23 luglio del nostro calendario). Teodosio morì un anno più tardi, il 3 maggio 1074. Della Lavra di Kiev, un’antica cronaca dice: “Molti monasteri furono costruiti con la ricchezza di principi e nobili, ma questo fu il primo ad essere costruito con lacrime, digiuni e preghiere”.

È tutto, per stasera. Noi ci si congeda qui, offrendovi in lettura un brano di Giovanni Cassiano, tratto da “Le Conferenze spirituali”. Che è, per oggi, il nostro

PENSIERO DEL GIORNO
Se ci richiamiamo alla mente la parola dell’Apostolo: “Noi non sappiamo ciò che conviene domandare”, ci accorgeremo che noi, qualche volta, chiediamo cose contrarie alla nostra salvezza; è dunque logico che Dio, il quale conosce meglio di noi ciò che ci aiuta e ciò che ci danneggia, ce le neghi. È certo che qualche cosa di simile accadde all’Apostolo delle Genti. Egli pregava che fosse allontanato l’angelo di Satana messogli vicino dalla volontà benefica di Dio per percuoterlo. “Tre volte – egli dice – ho pregato il Signore perché lo allontanasse da me. Ed Egli mi rispose: ti basti la mia grazia, perché la virtù ha il suo compimento nelle infermità”. Anche il Signore espresse nella sua preghiera di uomo lo stesso sentimento, per offrirci in questo, come nel resto, un modello da imitare: “Padre – Egli disse – se è possibile, passi da me questo calice: però si faccia la tua volontà e non la mia”. Eppure, anche la sua volontà umana non contrasta con quella del Padre; dice infatti la Scrittura: “Il Figlio dell’Uomo è venuto a salvare ciò che era perduto e a dare la sua vita per la redenzione di molti”. A proposito della sua vita dice il Signore stesso: “Nessuno me la toglie ma io la dò da me stesso: ho il potere di darla e il potere di riprenderla”. Sulla continua unione di volontà fra Gesù Cristo e il Padre, così parla il profeta David, in persona del Messia, al salmo 39: “Io voglio, mio Dio, fare la tua volontà”. È vero che noi leggiamo a riguardo del Padre queste parole: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”, ma anche del Figlio si legge così: “Diede se stesso per i nostri peccati”. Come del Padre si legge: “Non risparmiò il suo proprio Figliolo, ma per tutti noi lo diede”, così del Figlio è detto: “È stato sacrificato perché lo ha voluto”. L’unione di volontà tra il Padre e il Figlio è manifesta dovunque, anche nel mistero della risurrezione, in cui vediamo che la loro azione converge. Infatti, se l’Apostolo afferma che fu il Padre a risuscitare Cristo da morte, “Dio Padre lo risuscitò da morte”, anche il Figlio assicura che sarà lui a riedificare il tempio del suo corpo: “Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo riedificherò”. Ammaestrati dagli esempi del Signore, dobbiamo terminare le nostre preghiere con una clausola simile a quella che usava Lui: dobbiamo aggiungere a tutte le nostre richieste: “Però si faccia la tua volontà e non la mia”. (Giovanni Cassiano, Le Conferenze spirituali, IX, 34)

Ricevete l’abbraccio dei vostri fratelli e sorelle della Comunità del bairro.

Giorno per giorno – 23 Luglio 2017ultima modifica: 2017-07-23T22:40:23+00:00da fraternidade
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